Resto

Deturpata, adirata, rozza.

Non ho il balsamo della mia anima. Quella stessa anima che possedevo e che non ho più.

Come una rovina con una porta quasi intera e i resti di una vita vissuta altrove. Ho una quasi anima.

Bilanci

memoriediunavagina

Le persone normali hanno un rapporto normale con i bilanciesistenziali. Ne fanno uno all’anno, spesso meno, e quasi sempre in concomitanza con ricorrenze universalmente meritevoli di una riflessione: il settimo anno di matrimonio, la crisi di mezza età, la laurea, la menopausa.

Poi ci sono quelle come me che hanno un feticismo per la speculazione introspettivo-paranoide, specie quando corroborata da un folgorante premestruo, e quindi colgono qualunque occasione per imbastire un consuntivo della propria esistenza: la pasquetta, il solstizio d’estate, la festa dei lavoratori, la festa della repubblica, l’immacolata concezione, sanremo, ferragosto e infine, last but not least, l’inizio di un nuovo anno. E così, passato il 2014, iniziato il 2015, ripresa dai bagordi con le stelle filanti e il primitivo di Manduria, mi sono trovata a ripercorrere i 12 mesi appena trascorsi, così, tanto per avere una percezione un po’ più dettagliata di cosa minchia sia successo…

View original post 929 altre parole

Questione di Target

memoriediunavagina

Si è verificato un evento paranormale di recente: mi è piaciuto un tipo.

Un tipo da jeans e t-shirt, un tipo da concerto al Carroponte, uno del genere “maschioeteroinequivocabile“, di quelli che giocano a calcetto e che hanno la barba sempre sufficientemente lunga da causarti abrasioni facciali quando ci limoni.

Mi piaceva lui e mi piacevano le nostre conversazioni ricche di allusioni e doppi sensi. Mi piaceva scoprirci lentamente. Mi piaceva che avessimo amici in comune. Mi piaceva non aver mai visto una foto del suo pene via whatsapp. Mi piaceva che era nordico e diverso da me, perché è challenging uno nordico e diverso da me. Mi piacevano gli occhi nerissimi che, secondo la mia alterata e delirante sensibilitàvaginale raccontavano di lui molto più di quanto non facessero le sue parole. Mi piaceva la sua riservatezza sul passato. Mi piaceva la sensazione che si potesse parlare con lui prima e dopo il sesso

View original post 494 altre parole

Salsedine

Paola Fusa

Amore, una parola così breve, troppo breve per scatenare tutto ciò che un’anima sente quando si entra in contatto con essa. Ci si chiede cosa sia, cosa ci possa dare, cosa si possa ricevere da qualcuno che si ama. Amare qualcuno a tal punto da dipenderne completamente può definirsi amore autentico? Amore libero? Amore puro e disinteressato? Possiamo davvero credere di averlo mai sentito sulla pelle, nella pelle e sotto di essa? Possiamo davvero pensare di averlo mai ricevuto? Trovare una risposta è quasi impossibile se crediamo di averla lontanamente immaginata. L’amore è egoismo. É volere a tutti i costi quella persona, volerla possedere, starci accanto, crescerla. É desiderarla, vederne i tratti costanti, pretendere di conoscerli e nemmeno sospettare di sbagliarsi. Pretende comprensione assoluta, come il giorno e la notte che si susseguono all’infinito e capiscono che è tempo di lasciare spazio all’altro. Possiamo davvero chiamare amore un ostinarsi di esserci sempre? L’amore è vanità. Va cercando la bellezza nelle cose semplici e…

View original post 345 altre parole

Santo monastero

Terribile da viverci tutta la vita ma tornarci ha sempre il suo fascinoso interesse. Puoi trovarci di tutto. Immancabile quella temperatura da calura a sé stante. Sembra di entrare in una bolla dove l’umidità accresce in maniera inevitabilmente ripugnante. Ma Catania è questa. È caldo torrido, è l’afa che sale dal terreno scuro di pietra lavica. Catania è un patrimonio linguistico inestimabile. Tutti che vannieno tutti. Il suono più carino che ascolti è il clacson degli automobilisti che hanno nel DNA il gene della fretta e del caos. Catania è auto in coda interminabili e code umane infinite. Catania è l’odore della frizione delle auto che si usura nella salita di San Giuliano. Ed è l’odore delle caldarroste già a mezzogiorno. E poi le persone… fantastiche. Una signora che cade dal marciapiede e i ragazzi degli ultras pronti ad aiutarla. È il tipo che passa con lo scooter, gli cade la visiera e mentre va a raccoglierla dice: “mpare nun mi n’ava accuggiutu”. È la tipa truccatissima alle 10 del mattino per andare in facoltà e con un baffo morbido e peloso come una pesca. È il tipo logorroico che inizia a parlare con la vittima di turno (che potresti essere tu…) di esami e di malfunzionamenti del sistema e tu che hai ancora il cuscino stampato sulla faccia sei costretto a capire cosa sta dicendo. Lo fai per amor tuo, perché certe notizie ti potrebbero far comodo dato che ormai puoi essere considerata più ultraterrena che fuori corso. Sono millenni che non torni nell’immenso monastero dove hai riso e sofferto e ansiogenato e pianto per anni. Sei così combattuta da non poter permettere a te stessa di provare nostalgia per quel posto dove sei stata costretta a trascorrere intere giornate, magari coi calzini bagnati perché un acquazzone si era abbattuto durante il tuo viaggio della speranza da una casa umida e lontana anni luce. Dove sei stata costretta a correre per arrivare in orario perché quando serve a te un autobus non passa nemmeno se vendi l’anima al diavolo.

Quel monastero che di sacro non ha proprio nulla, neanche le mura. Sacre sono le anime che ogni giorno si svenano dietro docenti assenti e/o poco disponibili. Trovi un’anima pia disposta a venirti incontro per Natale, quando si sa che tutti diventano più buoni. Sacre sono le persone che hai conosciuto durante gli anni grigi chiusa in un’aula soffocante di aria viziata e sommersa di libri e vocabolari monolingua. Sacre sono le persone conosciute duranti gli esami, che aggiungono angoscia alla tua, iperventiladosi con appunti e riassunti e aspettando il loro turno alla gogna. Sacri sono gli amici che hai trovato, che sono diventati i migliori e che da dieci anni ascoltano le tue lagnose lamentele sulla tua vita. Quelle persone che non sanno mai essere indisponenti e che non hanno altro che cuscini fatti di parole giuste e di gesti indissolubili. Sacri i giorni trascorsi in biblioteca a cercare libri e sacro è quel silenzio che ti regala calma e serenità anche il giorno prima dell’ultimo esame, il più importante. Perché si sa che lo lasci per ultimo. Sacri sono i caffè condivisi con gli evergreen fuori corso. Le giornate di sole a bivaccare sulle panchine, quelle in cui hai pensato che dovresti andare a studiare invece di conversare amabilmente di argomenti extrauniversitari con i colleghi, in cui l’ultimo pensiero era l’esame da sostenere. Sacro è quel momento, il momento dell’illuminazione in cui realizzi che mancano solo due settimane all’appello e comincia la corsa contro il tempo, tempo che trascorri segregata a casa a fare quello che avresti dovuto fare in due mesi. Sacra la sensazione di non farcela, di non arrivarci e di maledire il restante mese e mezzo in cui hai cazzeggiato metodicamente. A malapena pensi a lavarti e a nutrirti. E sacra è la sensazione di toccare il cielo con un dito quando invece acchiappi anche solo un 26. Ti riprometti per l’ennesima volta che non lo rifarai mai più, che dopo una pausa di tre giorni riprenderai ma la più sacra delle sensazioni è quella che hai dentro: la consapevolezza che lo rifarai ancora, ancora e ancora. E per sempre.

Un espresso, grazie!

Paola Fusa

“Di cosa siamo capaci, pensò. Crescere, amare, fare figli, invecchiare – e tutto questo mentre anche siamo altrove, nel tempo lungo di una risposta non arrivata, o di un gesto non finito. Quanti sentieri, e a che passo differente li risaliamo, in quello che sembra un unico viaggio.”

Alessandro Baricco – Mister Gwinn

Un unico viaggio. Quello che viviamo è il nostro viaggio. In ogni viaggio si percorrono dei sentieri che spesso però non sono previsti, anzi ci disorientano e ci pongono in situazioni che non ci aspettavamo. Un viaggio più interiore che fisico. Un viaggio che potrebbe riservare differenti sviluppi se solo avessimo scelto un bivio piuttosto che un altro. Senza indugio scegliamo e senza tornare indietro affrontiamo questi sentieri, spesso sassosi e polverosi. A volte sono bui e privi di appigli ma intraprendiamo comunque questi percorsi rischiosi e durano una vita. Una carezza ha il potere di trasportarci…

View original post 279 altre parole

Un espresso, grazie!

“Di cosa siamo capaci, pensò. Crescere, amare, fare figli, invecchiare – e tutto questo mentre anche siamo altrove, nel tempo lungo di una risposta non arrivata, o di un gesto non finito. Quanti sentieri, e a che passo differente li risaliamo, in quello che sembra un unico viaggio.”

Alessandro Baricco – Mister Gwinn

Un unico viaggio. Quello che viviamo è il nostro viaggio. In ogni viaggio si percorrono dei sentieri che spesso però non sono previsti, anzi ci disorientano e ci pongono in situazioni che non ci aspettavamo. Un viaggio più interiore che fisico. Un viaggio che potrebbe riservare differenti sviluppi se solo avessimo scelto un bivio piuttosto che un altro. Senza indugio scegliamo e senza tornare indietro affrontiamo questi sentieri, spesso sassosi e polverosi. A volte sono bui e privi di appigli ma intraprendiamo comunque questi percorsi rischiosi e durano una vita. Una carezza ha il potere di trasportarci indietro con la mente in dimensioni conosciute e calorose ma possono portarci anche in una dimensione nuova che non abbiamo mai conosciuto. Una carezza che dura pochi secondi può avere la durata di mesi dentro il nostro cuore. Siamo disposti a tornare alla carezza che qualcuno ci ha regalato anni addietro e anche a riviverla e a ripensarla per anni e ancora di più.

Siamo disposti appunto a farlo. Ne siamo capaci.

Cresciamo, amiamo, ci costruiamo la nostra strada e il tempo corona le giornate con il nostro lavoro, con i nostri amici, con gli affetti, con i sorrisi dei conoscenti e con le speranze indomite. Ci alziamo la mattina, prendiamo il caffè, andiamo a lavorare, studiamo, pranziamo, chiacchieriamo con le amiche, facciamo l’amore con chi amiamo, usciamo o magari andiamo a dormire. La nostra giornata. Il nostro tempo.

In queste giornate ci sono piccole cose che ci guidano verso evoluzioni così personali da non avere il minimo sospetto sul fatto che la chiacchierata con le amiche o il pranzo con i tuoi abbia avuto un peso diverso per gli altri. Sei altrove. Sei lì a chiacchierare ma sei anche il tuo impegno ad ascoltare o la voglia di condivisione del tuo animo. Il “ti amo” non detto o detto e non ascoltato perché lui ha già chiuso il portone. L’odore del sale quando cucini. Il latte freddo senza zucchero. La corsa che facevi da piccola perché ti vergognavi a farti vedere dagli sconosciuti. L’ansia prima di certe giornate. Il petto in esplosione per alcune emozioni. La canzone che stai ascoltando “Gli ho dato un bacio e dice che sa di fiori.”

Un gesto non finito.

Del silenzio, e di varie amenità.

Dovesei

Che poi lo sapevo, lo immaginavo, lo intuivo. C’era un qualcosa di distorto, di stagnante, di stonato nell’immobilismo nel quale eri piombato. Non c’è voluto molto a capire che ti eri imposto un comportamento che evidentemente ritenevi di dovermi, quando invece non mi devi proprio nulla, e altrettanto io a te.
Da quando avevamo ricominciato, quattro anni fa, avevo messo giù le carte in chiaro ancora più di “prima”. E’ stata buona la nostra minestra riscaldata, talmente buona che il suo saporee lo ricorderò sempre. Ora però c’era qualcosa di strano, diverso dall’altra volta quando mi ritrovai abbastanza stupita nel ritrovarmi l’elmo da vichingo in testa. Questa volta c’era quel tuo trascinarti da celenterato, quel tuo esserci tristemente affettuoso, quella tristezza malmostosa che mi restava appiccicata addosso e che non riuscivo a togliermi se non quando te ne andavi. La differenza con l’altra volta sta forse solo nel fatto che…

View original post 759 altre parole

Quote

Dovesei

“Di cosa siamo capaci, pensò. Crescere, amare, fare figli, invecchiare – e tutto questo mentre anche siamo altrove, nel tempo lungo di una risposta non arrivata, o di un gesto non finito. Quanti sentieri, e a che passo differente li risaliamo, in quello che sembra un unico viaggio.” Alessandro Baricco “Mister Gwinn”

Mi piace collezionare frasi che sono libri nei libri. E’ una capacità, questa, generata da una precisa tecnica narrativa e non molti scrittori riescono nell’intento, che, quando riesce, crea almeno nella sottoscritta uno squarcio emotivo non da poco. Ogni tanto sfoglio il mio Moleskine di libri nei libri e mi ci perdo dentro. Moltissime frasi sono di Baricco che è un maestro nel crearle, ma ce ne sono molte di insospettabili: Aldo Busi, Giorgio Montefoschi, William Shakespeare, Giacomo Leopardi, Francesco Piccolo, Alda Merini, Simone De Beauvoire, Cesare Pavese, insomma varia umanità e varie epoche storiche e contesti svariatissimi.

View original post 580 altre parole